Quando avevo 12 anni, mia madre ci abbandonò. Fu un periodo difficile, segnato dalla sua assenza, e la convinzione che non le importasse di me mi accompagnò per anni. Dopo 25 anni, però, riapparve all’improvviso, implorando di incontrare mia figlia sedicenne. Nonostante i miei avvertimenti – le dissi: **”No! Ti userà!”** – mia figlia decise di accettare.
Due anni dopo, mia madre morì. Poco dopo il funerale, mia figlia ricevette una chiamata da un numero sconosciuto. Era l’avvocato di mia madre, che le spiegò che doveva andare urgentemente a firmare alcuni documenti e ritirare degli oggetti personali. Non avevo idea di cosa aspettarmi, ma il cuore mi si spezzò quando aprii una vecchia valigia contenente dei disegni: erano i miei scarabocchi d’infanzia, conservati con cura, insieme a piccoli progetti artistici che avevo realizzato a scuola.
Per anni avevo creduto che a mia madre non importasse nulla di me, che mi avesse dimenticata, ma mi sbagliavo. La valigia raccontava una storia diversa: quella di una madre che, nonostante tutto, aveva tenuto con sé i ricordi della mia infanzia. Realizzare questo troppo tardi è stato devastante. Mia madre voleva riconciliarsi, ma io non le ho dato la possibilità.
Quello che mi consola, almeno in parte, è che mia figlia è stata migliore di me. Nonostante i miei timori, si è avvicinata a lei negli ultimi anni della sua vita. Questo legame ha permesso a mia madre di trovare un po’ di pace e a mia figlia di costruire ricordi preziosi. Ora vivo con il rimpianto di non aver fatto altrettanto, ma anche con la consapevolezza che il passato non era come lo avevo immaginato.